sabato , 20 Aprile 2019
Roma Fiction Fest: L’incontro con Dustin Lance Black per “When We Rise” (Intervista)

Roma Fiction Fest: L’incontro con Dustin Lance Black per “When We Rise” (Intervista)

Il premio Oscar Dustin Lance Black è a Roma per presentare la serie “When We Rise” che racconta le lotte di diversi gruppi, dai gay fino ai diritti delle donne, contro ogni forma di discriminazione. Ecco cosa ci ha raccontato al Roma Fiction Fest su questo straordinario prodotto che viene mostrato in anteprima mondiale.

 

Vorrei dirle che ricordo perfettamente il suo discorso di accettazione dell’Oscar in cui si rivolgeva a tutti gli omosessuali esortandoli a non avere paura, lei è contento di quello che è successo negli ultimi anni?

 

“Voglio dire grazie e vi ringrazio per avermi fatto venire nel vostro bellissimo paese, guardate solo questa sala… che dono essere nati italiani. Innanzitutto sono convinto che la cosa più difficile per le persone omosessuali, per le LGBT e per tutte le persone trattate male per la diversità è sentirsi isolate. L’isolamento e la solitudine porta le persone a prendere considerazione il suicidio ed è una cosa tragica. Il lavoro che faccio io è quello di aiutare le persone a sentirsi meno sole, devono capire che nel mondo ci sono persone che non solo le capiscono e sono come loro ma che combattono per rendere la loro vita migliore. Nel mio paese e nel mondo sono stati fatti grandi progressi dai tempi di “Milk”, purtroppo però a volte si fanno dei passi indietro ed è estremamente importante che i diritti vengano mantenuti, conservati e protetti. Oggi una serie come questa è estremamente necessaria”.

 

Io so che esiste un gruppo LGBT che ha sostenuto Trump. Nei prossimi 4 anni magari non avrete l’assicurazione sanitaria, ma in particolare qual è l’impatto che si aspetta di questa serie in America e in Europa?

 

“Donald Trump è un bigotto, lui non è solo le persone LGBT è conto le minoranze e contro i diritti delle donne ma non è la prima persona a farlo. Possiamo attingere dalla storia per capire come controbattere senza perdere i nostri diritti. Si può parlare con chi non la pensa come noi di scienze, politica, ma su queste opinioni non si può cambiare opinione della gente senza cambiarle il cuore. L’unico modo è fargli raccontare le loro storie personali. Dobbiamo combattere un’amministrazione carica di odio e discriminazione che possiamo già vedere dai componenti del governo. Oggi non solo negli USA ma in tutto il mondo dobbiamo combattere per la storia di ogni gruppo minoritario. L’unico modo è utilizzare il cuore come una spada, la verità è che al mondo oggi non c’è una persona che non possa considerarsi diversa, questa è una responsabilità di tutti”.

 

Se lei fosse presidente degli Stati Uniti quale sarebbe il primo provvedimento da attuare per parlare di un’uguaglianza totale? Se conoscesse un ragazzo che iniziasse a porsi dei dubbi sulla propria sessualità cosa gli consiglierebbe?

 

“Il primo provvedimento sarebbe parità di salario, stipendio e diritto al lavoro per tutti. A prescindere dal genere e dal sesso a cui appartieni, dal colore della pelle, devi essere in grado di mantenere la tua famiglia. Negli Stati Uniti oggi puoi ancora essere licenziato perché sei gay o lesbica, non c’è parità di salario tra uomini e donne. Questo sarebbe il provvedimento più importante perché a parità di mansioni è giusto avere lo stesso stipendio. Credo che si possa già operare partendo da questo punto. Per quello che riguarda un giovane che si rende conto di essere nel LGBT deve sapere di non essere solo, ci sono stati antenati che hanno combattuto per la loro uguaglianza e sicurezza e ci sono ancora oggi. Ho scritto un discorso nel pilot di “When We Rise” che afferma come l’isolamento sia pericolosissimo per le persone della comunità LGBT. La seconda cosa è fare coming out, perché ogni giorno senza farlo e tenendosi dentro tutto è una ferita per la propria anima e alla fine possono accumularsi e schiacciarti. Può sembrare difficile, ma poi è di gran lunga la scelta migliore e il percorso più sicuro”.

 

All’inizio della serie dice che l’arco della storia è lungo ma piega verso la giustizia, le battaglie daje e daje si vincono?

 

“Purtroppo no, è vero che l’arco della storia è lungo e si piega verso la giustizia ma non dobbiamo dimenticare che è un pendolo. Dobbiamo stare attenti e combattere in modo tale che non torni indietro come oggi, dobbiamo fare in maniera tale da non perdere i nostri diritti che sono i diritti e l’uguaglianza anche per le minoranze e le donne. Dobbiamo combattere per tutti coloro che vengono trattati in maniera diversa”.

 

Questo progetto ha un’importanza enorme per lei che lo ha ideato, scritto e in parte diretto. Quando è cominciata l’idea? Ha ritrovato Gus Van Sant e come è andata?

 

“Volevo innanzitutto raccontare una storia da tanto tempo, è molto diversa da “Milk” che era la storia di una persona sola mentre qui ci sono tante persone diverse che collaborano. Il progetto è durato quattro anni, il primo è stato concentrato su un lavoro di ricerca. Volevo che le persone raccontate nella serie fossero vere e provenienti da molti movimenti, non solo quello gay. Volevo raccontare persone che formavano una grande famiglia e si formavano la propria piccola famiglia. Volevo costruire queste storie su persone che avevano combattuto, lottato ed erano sopravvissute andando avanti. Si può fare coming out e si continua a vivere. No, non avevo assolutamente in mente Gus ma è stato il primo regista a cui mi sono rivolto quando l’ho finita perché era stato bellissimo lavorare insieme a “Milk”. Lui ha diretto due episodi, mentre gli altri sono stati diretti da tante persone diverse. L’enfasi è sul noi, è uno sforzo collaborativo con cui ho voluto rappresentare la diversità anche nelle persone con cui ho lavorato. Gli scrittori, i registi, gli attori provengono da tutti i gruppi. Ci sono anche quattro attori trans e sono veri proprio perché volevo rappresentare la diversità e la varietà del mondo”.

 

Lei parlava dell’importanza del coming out, ma paradossalmente è difficile farlo per le persone pubbliche che hanno paura di perdere il consenso. Perché secondo lei c’è questa paura?

 

“Innanzitutto ad Hollywood la paura del coming out non radicata è negli studios o negli executive, ma ce l’hanno gli agenti e i manager che appartengono ad una generazione che lo considerava come un aspetto negativo. Loro mettono sotto contratto gli attori investendo soldi, tempo ed energie temendo con questa obsoleta idea di non avere un ritorno sull’investimento in caso di coming out. Oggi però sta cominciando a venir fuori che questo non è vero ed ecco perché c’è un crescente numero di attori che fa coming out. Ciò detto il coming out richiede forza e coraggio e io dico alle persone che non sono obbligate a farlo se non se la sentono, ma se lo fanno possono diventare fonti d’ispirazione per le persone più giovani che vedrebbero in loro un esempio. Il fatto di fare coming out è anche un modo di smentire che questo aspetto della propria sessualità sia dannoso”.

 

In questi ultimi 10 e 20 anni è cambiata anche la rappresentazione di personaggi omosessuali nel cinema e nella televisione? Può dire qualche titolo?

 

“Negli ultimi decenni è sicuramente cambiata al cinema perché si è cominciato a vedere che poteva portare utili e profitti raccontare storie gay, ma secondo me il progresso maggiore è quello della televisione che raggiunge un pubblico molto più ampio. Si è andati oltre il classico stereotipo di uomini bianchi gay, ma mostrare anche tante altre storie. Vengono raccontate storie con protagonisti trans ed è bello. Credo che questa serie faccia questo mostrando che LGBT non solo soltanto gay”.

 

Questa serie viene presentata in anteprima mondiale a Roma, credo sia la prima volta. Una delle protagoniste si chiama Roma, è una coincidenza questa prima? L’Italia è in ritardo con i diritti sulle persone LGBT.

 

“Il nome reale è Roma perché si chiama così, ma non è una coincidenza che la première sia qui. Roma Guy viene da una famiglia di origine italiana, all’interno c’è una persona che si chiama Tom Amano, la famiglia è fortemente italiana e sente molto i legami con questo paese. Questo lo si potrà vedere intorno al 4 e 5 episodio, è una tipica famiglia italiana. Mi è piaciuto venire a presentare questa serie in Italia, amo il calore della famiglia a Roma e in Italia. Io sono venuto a portare alla famiglia italiana le mie famiglie”.

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