Santiago, Italia è il nuovo film di Nanni Moretti film di chiusura del 36° Film Festival di Torino e in uscita il 6 dicembre. La scelta del regista questa volta cade sul docu-film, dove attraverso numerose testimonianze e spezzoni di archivio ricostruisce i drammatici fatti che portarono al golpe di Pinochet ai danni di Salvador Allende in Cile nel 1973.

 

Santiago, Italia,  il nuovo film di Nanni Moretti il quale ha scelto attraverso un documentario di raccontare la drammatica storia del Golpe in Cile nel 1973 ad opera di Pinochet, che portò alla morte del Presidente in carica Salvador Allende. La storia  ci racconta di come centinaia di cileni trovarono rifugio  presso l’ambasciata italiana di Santiago,  una delle ultime a rimanere aperte per i rifugiati che portò in salvo in Italia moltissime persone ricercate dalla polizia del dittatore.

La repressione scatenata nel Cile dopo la salita al potere da parte dei militari, resta una delle pagine più oscure del Cile,  dove centinaia di persone furono uccise, ma soprattutto torturate, le donne stuprate,  il tutto in una orgia di follia che ancora oggi non riesce a trovare spiegazioni precise, in Cile non ci fu una guerra civile, ma solo una guerra contro i civili.

Salvador Allende durante il bombardamento della Moneda l’11 settembre 1973

Santiago, Italia riapre questa dolorosa pagina di storia e lo fa attraverso numerose interviste agli scampati alla tortura e alla morte, aiutati dalla nostra ambasciata e lo fa  anche sorprendentemente intervistando uno dei torturatori. Prima di addentrarci nella lezione di storia che Nanni Moretti ha deciso di impartirci, poniamo subito un giudizio molto positivo alla pellicola,che senza dubbio per un regista militante e apertamente di sinistra, potrebbe far sembrare sintomatico uscire in questo particolare momento storico della nostra Repubblica. In realtà, quasi senza volerlo, Moretti ci porta dentro la storia delle  capacità del nostro popolo di aver saputo accogliere questi rifugiati, nutrendoli, dandogli un buon lavoro. Una Italia che nel 1970 era profondamente differente, un paese che rischiava di avere dei comunisti al governo, come temevano gli americani, ma che in realtà ha dimostrato, al di là dei nostri governanti schiacciati dalle pressioni politiche, di essere solidale con un paese, che per volontà acclarata degli Stati Uniti come recenti documenti desecretati hanno dimostrato, ha voluto rovesciare un governo socialista e marxista eletto in modo democratico. Salvador Allende vinse le elezioni nel 1970 e fece dichiarare allo storico segretario di stato U.S.A. Henry Kissinger:  “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.”

Compito di Moretti è stato quello di portarci tanti testimoni di questo drammatico cambiamento, con le loro testimonianze dirette e molti immagini di repertorio, dove partendo dagli antefatti come dichiara il suo primo intervistato il regista Patricio Guzman: ” Era un Paese innamorato di Allende e di ciò che stava succedendo. Era fantastico, era giusto era bello.
Partendo dalla ricostruzione degli eventi il film documentario rapidamente ci porta all’11 settembre 1973, una triste data per il popolo cileno, dove sotto la spinta dei servizi segreti U.S.A. e con un grosso appoggio finanziario, si supportò un golpe militare che instaurò il regime di Pinochet.

Moretti ci porta con i suoi testimoni, mentre lui con la sua voce sempre fuori campo conduce la sua intervista,  alle loro drammatiche ed eroiche storie, dove molti scavalcando il muro dell’ambasciata italiana, scamparono alla morte e trovarono la libertà e asilo nel nostro paese in seguito.

Uno dei momenti forse più intensi e interessanti giunge quando il regista riesce ad ottenere l’intervista con uno dei tanti militari processati e condannati, un processo ancora lungo in Cile iniziato da pochi anni, che difficilmente riuscirà a dare giustizia ai tanti morti che la dittatura ha provocato. Nell’intervista appare ancora una volta, come  un’uomo accusato di torture, si difenda sottolineando che lui  ha solo eseguito degli ordini, che lui in realtà non ha mai torturato nessuno e che ora invece di stare in galera dovrebbe ricevere un perdono. Una difesa che ricorda i tragici processi ai nazisti, ma ad un certo punto, l’unico della pellicola, quando l’uomo spiega ad Moretti che lui ha accettato l’intervista perché gli hanno detto che sarà inserita in un giusto contesto, dando voce alla sua presunta innocenza, in un quadro imparziale, Nanni risponde entra nel campo della telecamera e sentenzia: “Io non sono imparziale !”.

Si potrebbe quasi chiudere qui il documentario, ma siamo solo a metà delle interviste, che alla fine commuovono gli intervistati e inevitabilmente anche lo spettatore. Siamo certi che il film non imparziale, ma militante di Nanni Moretti creerà numerose polemiche, e forse sarà una valida scusa per andarlo a vedere e ricevere maggiore visibilità. Utile  sicuramente a tutti i nostri millennials magari per scoprire i film di Patricio Guzman, attraverso la rete, dedicati al suo paese alla fine di Allende, utile  per raccontare ancora una volta come un paese libero, che stava risolvendo i suoi gravi problemi economici e migliorando la scolarizzazione, sia precipitato in un’incubo.

La risposta di Moretti e dei suoi testimoni è quella di non perdere nessuno di noi la propria umanità, come quei giovani che vediamo in uno spezzone di repertorio affollare il palazzetto dello sport di Roma  negli anni’70, con Gian Maria Volontè ad arringarli, e che urlano in favore del popolo cileno. Onestamente questo Nanni Moretti così imparziale ci piace tanto.
Il nostro voto

Roberto Leofrigio

Laureato in Scienze della Comunicazione, critico cinematografico, ufficio stampa per eventi e festival, cameraman professionale. Da 20 anni intervista chi conta in tutti i settori dello spettacolo e non solo.

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