Ad Alice nella Città  è il giorno del regista Jim Loach, che è venuto a presentare la sua opera seconda “Meisure or a Man”. Ecco la nostra intervista con lui.

Jim Loach è un artista che ormai ha Roma nel cuore, dato che la sua opera prima Oranges and Sunshine fu presentata in selezione ufficiale alla Festa del Cinema. Stavolta è in concorso ad Alice nella Città con “Meisure of a Man” una storia potente che tratta il delicato tema del bullismo e che è tratta dal racconto “One Fat Summer” di Robert Lypsite. Inevitabile anche parlare del rapporto con il padre Ken Loach, uno dei cineasti più importanti della Gran Bretagna.

È la seconda volta che viene a Roma con un film completamente diverso, qual è il tuo impatto?

È fantastico essere qui, amo venire qui ed è privilegio essere ancora qui. Ho parlato con la giuria dei giovani ed è stato davvero interessante”.

Che cosa ti ha interessato del romanzo da cui prende origine il film?

“Per la mia opera prima avevo presentato un film molto più serio, ma già pensavo ad un film molto più leggero e ho trovato l’opportunità attraverso questo libro del 1977 che trasmette l’idea dell’universalità. Sono sempre stato ispirato da film passati come Stand By Me”.

Qual è la miglior difesa contro il bullismo? Come mai la storia è ambientata in America?

Il bullismo dipende dalla situazione, dal punto di vista personale potrebbe essere girare le spalle e andare lontano ma socialmente è un argomento complesso. Mi hanno chiesto la stessa cosa sull’ambientazione negli Stati Uniti anche quando l’ho presentato in Arizona, non lo so il perché ho scelto quel posto (4943 ndr)”.

Ti ha influenzato il cinema di tuo padre è come vivi la pressione di questo cognome?

Ogni padre influenza i figli, mi è capitato di parlare spesso con lui. Ho sempre vissuto l’idea della pressione della stampa per questo legame, alcune volte va bene ed altre no”.

Quali sono le differenze tra la regia di tuo padre e la tua?

Ha conosciuto mio padre più come padre che regista, lui tratta più temi politici rispetto a me”.

Quanto è importante la musica nei tuoi film?

Musica molto divertente perché siamo negli anni ‘70 ed è logico che la musica evoca l’epoca a cui siamo ispirati”.

La scelta dell’attore Blake Cooper, come è nata?

“Abbiamo scelto questo ragazzo perché abbiamo notato una grande onesta emotiva, mi ha colpito la sua innocenza. Era un personaggio divertente e sincero come quello del film, lui è stato uno dei primi sveli”.

Qual è stato il passaggio più difficile da trasporre sullo schermo  rispetto al romanzo di partenza?

È una questione che c’è sempre ad inizio film, raffigurare il carattere interno nella drammatizzazione. Il libro è un piccolo racconto con tante descrizioni di interiorità del personaggio, sono abbastanza complesse ed è scritto come un diario quindi molto sconnesso”.

Le piacerebbe girare in Italia?

Si mi piacerebbe molto, se mi viene data la possibilità verrò. La mia location preferita sarebbe In piccolo paese vicino Amalfi,  molto piccolo e bello”.

Nel suo film ad un certo punto c’è Donald Sutherland che dice cos’è la misura di un uomo, la capacità di navigare verso lidi sicuri con una tempesta in arrivo. Condivide questo?

Condivido argomenti a grandi linee, considerando che il personaggio del film è leggermente differente da quello della citazione”.

Com’è stato lavorare con un premio Oscar?

Specialmente nei primi due incontri ero intimidito, la sua persona ha un pensiero molto articolato. Appena abbiamo iniziato a lavorare è stato un sogno, ha lasciato al di fuori tutto diventando altro”.

Thomas Cardinali

Giornalista pubblicista appassionato di cinema, serie tv e sport. Dopo aver gestito un blog e aver collaborato con testate nazionali (Romanews.eu, Blogdicultura, FilmUp) ed internazionali (melty.it) ho deciso di dedicarmi al nuovo progetto di Talky per un network indirizzato al pubblico under 30.

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