Luciano Ligabue presenta il suo terzo film da regista “Made In Italy” a Roma insieme al ricco cast guidato da Stefano Accorsi e Kasia Smutniak.

Luciano Ligabue a 20 anni dallo straordinario successo di “Radio Freccia” che gli valse il David di Donatello per la miglior opera prima torna a cimentarsi con il cinema e trasforma il suo concept album “Made in Italy” in un film. Un disco che ha diviso la critica e parte del suo pubblico, ma tutti avevano intuito che dietro la storia di Riko ci fosse finalmente l’opportunità di rivedere il rocker di Correggio tornare dietro la macchina da presa e alla fine è andata proprio così. Il cast è numeroso, ma spiccano su tutti i due protagonisti Stefano Accorsi e, soprattutto, Kasia Smutniak davvero trascinante. Il produttore è di nuovo Domenico Procacci e la distribuzione di Medusa, che ha deciso di dedicare a “Made in Italy” oltre 400 schermi. Ecco cosa ci hanno raccontato i protagonisti di questa storia di persone per bene nella frustrazione sempre più forte in un Italia in crisi dove in tanti stanno perdendo la forza di voler cambiare le cose.

Ligabue accolto da una folla festante alla presentazione di “Made In Italy”

Dal 1998 sono passati 20 anni, è colpa tua de sono passati tanti anni dopo il secondo film del 2001?

Luciano Ligabue: “È colpa di procacci e letta, lo chiedevo ogni anni ma erano impegnati. ora dopo 20 anni ho avuto l’occasione”.

Stefano comincia a dire di voler cambiare delle cose e Carnevale gli dice di non aspettare il cambiamento, vuoi spiegarci il tuo pensiero su questo aspetto?

Luciano Ligabue: “Il cambiamento fa paura anche perché siamo propensi a pensare che non porti buone cose. Quindi non ti vuoi avventurare nel cambiamento, ma è il corso naturale della vita. Penso che più degli eventi è come noi reagiamo a questi che produce la nostra realtà. Siamo resistenti al cambiamento, Riko e sarà vivono in una realtà consolidata fino ad un momento di crisi. Riko ad un certo punto vede che le cose gli vanno tutte strette e ha bisogno di cambiare il punto di vista, lo sguardo, è il film racconta questo percorso per arrivare a farlo”.

C’è stato un momento in cui “Made In Italy” per Ligabue era già un film prima della sceneggiatura?

Luciano Ligabue: “Nasce come un progetto balordo, è anacronistico nel 2000 fare un concept album. Il fatto di farlo e di chiedere a qualcuno di ascoltare un album intero per seguire una storia è ai limiti della presunzione, ma è quello che volevo fare a questo punto della mia carriera. Poi ho chiamato Procacci che si è negato per 19 anni, a quel punto io ho visto cadere la scusa che ho avuto per buona. fare film è un mestiere faticosissimo, almeno per me che fa i conti con le emozioni fluiscono. Fare film vuol dire invece in qualche modo progettarle le emozioni, devi fare in modo che pezzettini di pochi secondi producano un processo di cuore. Io volevo che Made in Italy fosse questo e mi sono riavvicinato alla regia, questa volta avevo la storia”.

Il tentativo coraggioso del film è quello di tenere insieme due piani, la storia d’amore è un discorso forte sull’Italia. Come la vedi questa Italia?

Luciano Ligabue: “Vedo una fase d’incertezza importante, ma non è importante come la vedo ma il sentimento che continuo a provare. Io ho cominciato a raccontare il mio sentimento verso questo paese 10 anni fa con “Buonanotte all’Italia”, poi ci sono state escursioni come “Il sale della terra” e “Il muro del suono”. Il mio amore per questo paese che non viene meno nonostante la frustrazione per i problemi, volevo raccontarla stavolta attraverso gli occhi di uno che ha meno privilegi di me. Credo che seguendo questa vita normale trovi un rapporto molto forte con le radici e il paese. Durante il film diciamo che nessun italiano fa le vacanze a Roma e la luna di miele in Italia, ma questo è il paese più bello del mondo. Siamo assuefatti della u bellezza, io spesso sento il bisogno di raccontare il sentimentale. Questo film lo è, volevo raccontare gli Stati d’animo di un gruppo di persone per bene che come tali generalmente non vengono raccontati perché sono meno interessanti dal punto di vista drammaturgico, i cattivi sono più fighi. Io ho tanti amici di vecchia data che sono brave persone, spesso questo non paga nel paese. Volevo dare voce a questa categoria”.

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Il personaggio interpretato da Kasia ti piace così tanto da sentirti innamorato di Sars Smutniak, come mai?

Luciano Ligabue: “Non sono innamorato, anche se ci sono queste cose in sospeso con Procacci (risate ndr). Man mano che scrivevo il personaggio di Sara le volevo bene, anche per la sua capacità di sbagliare tanto, perché quando fa una cazzata la fa grossa. Ha anche una capacità di reclamare la vita per come deve essere, devo dire che nel momento in cui l’ho vista interpretata da lei abbiamo passato i limiti del volere bene e adesso la amo perdutamente”.

Kasia anche tu vuoi così bene a Sara? Com’è stato lavorare con Procacci?

Domenico Procacci: “Tutti mi dite che Kasia e Stefano sono fantastici, ora le chiedete così (risate ndr)”.

Kasia Smutniak: “Noi non lavoriamo mai insieme, Domenico mi mette in soggezione. Abbiamo fatto dei film, ma questa cosa non si è risolta e quindi stiamo separati. Io gli ho vietato di venire sul set e lui si nascondeva. Sara è stato un personaggio molto importante, mi sono ispirata alla forza delle donne e di lei mi piace la coerenza, il sapere esattamente quello che vuole. Lei è una risolta, una che sa ed è il tipo di donna che nei momenti difficili prende una decisione e non. Ne ha paura”.

 

Chi è Riko? Che Ligabue hai ritrovato? 

Stefano Accorsi: “È un uomo che sta in questo paese, questo film è vero che racconta una grande storia d’amore ma racconta anche la vita. Noi vediamo un uomo che comincia e poi cambia, la cosa bella è che non succede nulla di eclatante ma cose normali. Anche le più dure succedono, è il suo modo di rapportarsi che le rende eclatanti. Cambiando il suo punto di vista si rigenera. Trovo molto raro mettere in scena le persone in questo modo, la cosa forte è che ci ha permesso di raccontare i personaggi in modo autentico e Luciano ci ha permesso di metterci le nostre emozioni vere. C’è tanta verità in questo film. Luciano l’ho trovato in grande forma, un regista che da 18 anni non fa un film è stato un privilegio. Una storia che è maturata dentro di lui da tanto tempo, dare voce alle persone che lo circondano ti mette davanti un regista ha racconta un film sulla sua vita”

Hai già pronta una nuova storia?

Luciano Ligabue: “Domenico quando finirà la promozione sparirà per altri 18 anni, non ho neppure il numero di Kasia perché non le è stato permesso di darmelo (risate ndr)”.

Domenico Procacci: “In questi parecchi anni noi ci siamo visti anche senza lavorare, io ormai cercavo di individuare le pause tra un album e l’altro. Quando non c’era nulla chiedevo, ma una cosa su cui ho battuto tantissimo è un’opera rock. Radio freccia dopo aver scritto il copione ha aspettato quasi in diretta. Anche stavolta era andata così quando siamo andati da Luciano dove registra con la sua band. Lui ci ha raccontato la storia che alla fine abbiamo visto e meritava di essere raccontata. Io sono molto contento che Luciano sia tornato a fare un film, lui è molto bravo ed è fantastico come sia riuscito a non subire quel che è cambiato anche tecnicamente. Anche con Stefano siamo rimasti meravigliati, su Kasia ci sarà sempre qualcuno che penserà che lei fa i film perché li produco io. Alla fine Luciano le ha proposto un provino nonostante io non pensassi fosse adatta, invece è stata bravissima. C’è ancora medusa dopo i primi due film di Luciano, dopo tanti anni lavorare con loro mi rende contento”.

Il finale del film è da leggersi come una sconfitta o un cambiamento di speranza?

Luciano Ligabue: “Questo va lasciato allo spettatore, non è netto apposta perché ognuno lo può vivere per come sentimentalmente si predispone. Il pancione è un forse messaggio di speranza”.

Vorrei parlare del concetto di normalità per i problemi, questo film ne parla in modo molto diverso. Tutto questo é figlio della sua sensibilità che ha sempre messo o anche per la voglia di andare in contrasto con un certo modo di raccontare?

Luciano Ligabue: “Ho seguito il mio istinto, io da quasi 30 anni faccio un mestiere che mi ha reso personaggio pubblico e ho conosciuto molta gente. Alcuni interessanti, altri sono diventati amici, ma è chiaro che quelli dell’infanzia sono la realtà che frequento di più. Volevo che ci fosse la capacità di dare loro spazio, le persone per bene che fanno il loro dovere in silenzio come dice la legge del furiere”.

Qui si rappresenta anche una generazione, quella di mezza età che ha difficoltà a inserirsi in una dimensione lavorativa perché cambia un po’ il contesto sociale intorno?

Luciano Ligabue: “Tutto questo progetto nasce da un seme che ho ripreso nel film, questo nasce dalla canzone “Non ho che te”. Era una canzone che mi sono ritrovato a cantare in prima persona, una persona di mezza età che non trova modo di ricollocarsi. Questa canzone non c’è nel concept album, ma l’ho inserita nel film suonandola in acustico. Mi piaceva perché nel momento in cui Riko perde il lavoro perde la sua identità, non è un percorso di stipendio ma sul come riempire le giornate la tua utilità sociale. Questo porta ad una seconda profonda crisi, ma c’è sempre stato un tentativo di essere specifici. Per radio freccia non tutti lo hanno notato ma io spiegavo cosa facevamo, altre volte mettevo la macchina a terra per farne sentire la specificità. L’aggettivo di radio freccia più usato è racconto generazionale, io non so ma è sicuro che se in tanti si riconoscono qualcosa ha funzionato.

Tu credi che sia possibile spezzare il cordone con la provincia?

Luciano Ligabue: “Non credo perché vivo lì da un numero irraccontabile di anni e ci vivo bene, per questo il mio raggio d’azione artistico è limitato perché racconto quel che conosco. Volevo dire eh nella fatica boia del film e stato davvero appassionante il lavoro con gli attori, nel vederli nella fotografia finale faccia per faccia ho la sensazione di volergli bene anche se devo ancora capire se ai personaggi o a loro”.

Hai usato molti primissimi piani o molte scene buie, una tua tecnica? Ho visto un parallelismo con la classe operaia di Gian Maria Volonté.

Luciano Ligabue: “I primi piani sono una scelta stilistica che ha funzionato grazie a Kasia e Stefano. Gli stati d’animo diventavano sfacciati e spudorati. Il fatto delle cose buie era la carenza di luci (risate ndr). A parte gli scherzi erano delle scelte fatte per ricordare la bellezza del paese, sono contento di come abbiamo fotografato Roma e la luna di miele. Per mostrare la luce devi mostrare anche il buio. C’è una scena in cui il commercialista si lamenta del fatto che i due suoi amici operai sono ancora lì a menarla, la classe operaia è poco rappresentata ma non è il mio compito rappresentarla”.

Luca Tomassini hai fatto ballare Stefano in un sorprendente titolo di testo, com’è andata?

Luca Tomassini: “è la prima volta eh lavoro con Stefano e Luciano ed è una idea folle che è venuta qualche giorno prima. È stata dura anche per me, Luciano buttava un occhio cercando di portarlo lontano dalla mortadella che già lo aveva convinto pero. Ho messo dei passettini di personaggi iconici come Tony Manero. Luciano ha scelto ogni passo sulle mie proposte, un’esperienza molto bella”.

 

 

Thomas Cardinali

Giornalista pubblicista appassionato di cinema, serie tv e sport. Dopo aver gestito un blog e aver collaborato con testate nazionali (Romanews.eu, Blogdicultura, FilmUp) ed internazionali (melty.it) ho deciso di dedicarmi al nuovo progetto di Talky per un network indirizzato al pubblico under 30.

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