Detroit è pura guerriglia urbana, in cui Kathryn Bigelow mette in scena sogni e speranze dei suoi protagonisti.

Luglio 1967, Detroit, Michigan. Quella che sarebbe dovuta essere una comune operazione di polizia, una retata in un locale notturno privo di licenza per gli alcolici, il Blind Pig (il “maiale cieco”, nome rievocativo degli speakeasy degli anni venti in pieno proibizionismo) finisce con il diventare la causa scatenante di una autentica guerriglia urbana che porterà la città di Detroit nel caos più totale in quella che agli onori della cronaca internazionale è nota come la Rivolta della 12th Street. La retata non era altro che l’ennesimo capitolo della prepotente e inumana supremazia bianca perpetuata ai danni della comunità nera della città di Detroit.

Tra il 23 e il 27 Luglio il bilancio degli scontri tra i rivoltosi, la Guardia Nazionale del Michigan inviata dal Governatore Romney, l’Esercito degli Stati Uniti inviato dall’allora Presidente Lyndon B. Johnson e le forze di Polizia presenti sul territorio fu di quarantatré morti, millecentoottantanove feriti, settemiladuecento arresti e più di duemila edifici distrutti.
A distanza di cinquant’anni da allora, la regista Premio Oscar 2010 Kathryn Bigelow (Strange Days, The Hurt Locker, Zero Dark Thirty) dirige Detroit (2017) ricordando così al pubblico l’orrore che la comunità nera dovette subire in quei lunghissimi quattro giorni nell’estate del 1967.

Detroit (2017) ci ricorda l’America dei moti razziali degli anni sessanta

Sin dalla sequenza iniziale magistralmente diretta della retata, risulta ben conclamato il ritmo della prima parte di pellicola, veloce, incalzante, frenetico, senza dare allo spettatore un attimo di tregua, proprio perché la sensazione che l’abile montaggio del veterano del cinema action William Goldenberg (Heat, Argo, Zero Dark Thirty) deve dare è l’essere in guerra, il tutto amplificato dall’ambiente urbano che rende il conflitto ancora più vicino e intimo, ed esaltato dalla fotografia asciutta e fortemente realistica del direttore della fotografia Barry Ackroyd, che torna a collaborare con la regista dopo The Hurt Locker (2008).

In questo affresco di corruzione e violenza la Bigelow decide di presentarci gradualmente i personaggi del film; facciamo così la conoscenza della guardia giurata che viene dal ghetto vogliosa di far sempre la cosa giusta, del front-man di una band stile Harold Melvin & The Blue Notes il cui unico sogno è quello di sfondare nel mondo della musica, di un reduce del Vietnam in cerca del proprio posto nel mondo, di alcuni poliziotti bianchi razzisti e di due adolescenti del Minnesota in cerca di una avventura; il tutto attraverso una struttura narrativa corale fortemente rievocativa di quel capolavoro che è Nashville (1975) di Robert Altman, in cui ogni protagonista ha le sue aspirazioni, le sue aspettative, i suoi ideali che andranno lentamente a perdersi in una spirale di dolore da cui sarà difficile uscirne illesi.

Will Poulter e Anthony Mackie in una scena di Detroit (2017)

Dalla seconda parte di pellicola, Detroit cambia radicalmente presentando toni ancora più forti e un ritmo maniacalmente cadenzato con cui poter assaporare ogni momento e foto-sequenza di un interrogatorio/fucilazione di rara brutalità come non se ne vedano da tempo nella Settima Arte; questo grazie al lavoro del giornalista-sceneggiatore Mark Boal (Nella Valle di Elah, The Hurt Locker, Zero Dark Thirty), autore di una sceneggiatura come fosse un corpo vivo, dinamica, in continuo mutamento e con forze opposte, in una mescolanza di toni e ritmi – anche in forte contrapposizione tra loro – sapientemente gestiti e alternati da una veterana del cinema bellico contemporaneo come Kathryn Bigelow, che con Detroit arriva alla terza collaborazione con Boal in una sorta di ipotetica trilogia della guerra.

A perfetta cornice in una pellicola bellico-urbana fatta di interpretazioni convincenti come quelle di John Boyega e Will Poulter che rappresentano un po’ l’anima positiva e maligna del film, in un continuo susseguirsi di scontri fino alla già cult scena dell’interrogatorio, Detroit presenta un fortissimo sotto-testo sociale che lo rende automaticamente un capolavoro della storia del cinema. La Bigelow si serve della Rivolta della 12th Street in modo funzionale, come metafora del periodo storico-sociale che stiamo vivendo e come denuncia della nuova (o per meglio dire mai realmente sopita), ondata di razzismo di questo primo scorcio di XXI° Secolo; e poco importa se certe scene sono di una violenza straripante, è funzionale alla causa. Tutti indizi che fanno di Detroit l’outsider nella corsa all’Oscar per il Miglior Film 2018.

John Boyega in una scena di Detroit (2017)

Detroit non è una di quelle pellicole che ricorderete di aver visto per chissà quale virtuosismo tecnico, piuttosto un manifesto razziale, un documento artistico che celebra la cultura afroamericana in tutte le sue declinazioni, e che utilizza un evento del passato per far riflettere lo spettatore sul proprio presente. La Bigelow ci riporta nuovamente in guerra e stavolta il conflitto non è in terre lontane come in Iraq o in Afghanistan, ma in città, nelle nostre strade, accanto al pub dove uno dei protagonisti avrebbe bevuto una birra con un amico in un altro momento.

Guarda il trailer di Detroit, il nuovo film di Kathryn Bigelow:

Detroit è un film di Kathryn Bigelow, presentato alla Festa Del Cinema di Roma (26 Ottobre – 5 Novembre), è stato distribuito nelle sale italiane il 23 Novembre 2017. Nel cast figurano tra gli altri, John Boyega, Will Poulter, Jack Reynor, Jason Mitchell, John Krasinski, Anthony Mackie, Katilyn Deyer, Hannah Murray e Algee Smith.

 

 

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francescoparrino

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