Blade Runner 2049 arriva nei cinema italiani e con esso tanta curiosità per quello definito da tutti come il sequel più rischioso della storia del cinema. Denis Villeneuve però non solo omaggia il capolavoro di Ridley Scott, ma ci regala un film che vive di vita propria con delle immagini e un impianto narrativo strabiliante.

Denis Villeneuve ha detto che senza rischio non c’è arte (leggi la nostra intervista) , beh di rischi se ne è presi molti accettando la regia di Blade Runner 2049 ma dopo quanto fatto con Arrival forse nessuno al  mondo avrebbe potuto raccogliere questa sfida. Neppure il Ridley Scott degli ultimi tempi avrebbe saputo reinterpretare nuovamente la sua creatura più leggendaria, ma Denis Villeneuve si è superato in Blade Runner 2049. Sin dall’annuncio della messa in produzione di Blade Runner 2049 i fan erano andati in fibrillazione, con la paura fortissima di vedere dissacrata una pietra miliare della fantascienza ma così non è stato e probabilmente il merito è proprio di Denis Villeneuve. Il regista ha messo la sua mano forte e coincisa, accompagnata da una fotografia da Oscar di Roger Deakins già suo collaboratore in “Prisoners” e “Sicario” e pronto dopo tredici nomination a stringere finalmente tra le mani la statuetta. Blade Runner 2049 ha le tinte noir del primo capitolo, ma le fonde anche con una bellezza visiva che nel 1982 era impossibile raggiungere con tale strabiliante nitidezza ed intensità aggiungendo nuovi colori e un argilla simbolo perfetto della creazione.

Blade Runner 2049 (2017)
Ryan Gosling è l’agente K.

Denis Villeneuve aveva preannunciato la ricostruzione totale delle location ed è stato di parola dato che il realismo prima della Los Angeles distopica e poi anche di una Las Vegas desolata e radiottiva (macabro il fatto che questo film venga proiettato poche ore dopo la strage nella città del gioco) sono semplicemente impressionanti, da togliere il fiato. La forza di Blade Runner 2049 è di essere un’opera d’arte in cui cornice e sfondo sono perfetti, quasi come se gli artigiani che hanno lavorato a quest’opera non vedessero l’ora di mettersi in mostra tirando fuori il meglio dei propri talenti. La trama è differente rispetto a quella del primo Blade Runner e non poteva essere altrimenti, perché se questo sequel ha una qualità è proprio il sapersi reinventare pur restando fedele alla propria essenza. Denis Villeneuve e la sceneggiatura di Ridley Scott e Hampton Fancher sia chiaro non sono qualcosa di mai visto, ma sono solidissime perché riescono nell’impresa di arrivare al termine di 2 ore e 44′ d’opera senza mai distogliere lo sguardo o l’attenzione dallo schermo. Blade Runner 2049 però non è solo la grandezza tecnica di un film visivamente immenso ed in grado di mettere un punto di svolta nella storia della fantascienza contemporanea, ma come detto è scritto anche in maniera splendida puntando tutto su un cast semplicemente perfetto.

Joi è l’amore incompleto di Ryan Gosling in Blade Runner 2049

Ryan Gosling è uno degli attori migliori della sua generazione, anche se spesso viene accusato di una forte mono espressività. L’attore canadese, stessa nazionalità tra l’altro del regista di Blade Runner 2049, però fa una cosa che rende un attore unico esattamente com’è l’immenso Clint Eastwood ovvero comunica anche solo con uno sguardo ha un grande carisma. Ci sono attori come Eastwood, Russell Crowe e Benedict Cumberbatch solo per citarne tre molto diversi tra loro hanno la capacità di trasmettere sensazioni muovendo gli occhi. Ryan Gosling però ha una cosa che non tutti dei citati anno, ovvero una straordinaria poliedricità che già ha ampiamente dimostrato in tante commedie e in La La Land. Qui però è dinanzi alla prova attoriale più difficile di tutta la sua carriera perché Blade Runner 2049 regge quasi interamente su di lui e sulla sua capacità di creare empatia. Il talento di Ryan Gosling riesce lì dove in passato era riuscito quello di Harrison Ford permettendo all’agente K di portare il pubblico a patteggiare dalla sua parte come in passato già aveva fatto per Rick Deckard. Il suo percorso all’interno della storia è un percorso di crescita e di accettazione di sé stesso, della ricerca di uno scopo di vita con tante domande e poche risposte che troverà prima della fine.

Harrison Ford torna nei panni di Rick Deckard in Blade Runner 2049

 

Harrison Ford sembra che ci abbia preso gusto ad interpretare i suoi vecchi personaggi, ma se nel caso di Han Solo si è puntato molto sul classico effetto nostalgia in Star Wars 7 qui ci viene posto quasi sotto un altro aspetto indagando la natura stessa dell’essere umano. Rick Deckard scoprì in cuor suo di essere un  replicante, lo dichiarò persino Ridley Scott benché il primo Blade Runner e anche questo Blade Runner 2049 lascino aperti dei piccoli spiragli in uno stile che ricorda molto quella della trottola di Inception in cui Christopher Nolan volutamente omaggiava proprio il dubbio amletico proposto nel capolavoro tratto dal romanzo di Dick più di vent’anni prima. Harrison Ford compare dopo un’ora e quaranta, ma la sua presenza è fortissima in tutto il film ed è la colonna portante su cui fa forza Ryan Gosling per arrivare alla fine dell’impresa. Sembrano una coppia che si conosca da sempre quando si incontrano per la prima volta in una scena che trasuda di phatos ed epicità, rafforzando il dubbio su cui si basa l’intreccio narrativo e che attanaglia lo spettatore durante lo scorrimento delle meravigliose immagini di Blade Runner 2049. Harrison Ford è uno dei pochissimi attori al mondo pienamente multi generazionali perché nel corso della sua carriera ha dato vita a personaggi senza tempo come dimostra proprio questa nuova interpretazione di Rick Deckard. Il pubblico che si affaccia al cinema per la prima volta amerà l’intensità e anche la sfrontatezza del suo personaggio esattamente per chi è cresciuto con negli occhi l’immagine del Blade Runner in ginocchio dinanzi a Rutger Hauer nel monologo le cui vette purtroppo non sono mai state toccate in quest’opera.

Blade Runner 2049

Un film Blade Runner 2049 però che non è solo maschile, ma anche profondamente femminile molto più di quanto si possa immaginare all’inizio. Le donne sono tutte replicanti alla fine, affascinanti e mutevoli con lo stesso agente K di Ryan Gosling che sceglie di vivere un amore incompleto come la sua stessa vita finché non trova uno scopo vero. La sua Joi non è altro che una sorta di “Her” (film diretto da Spike Jonze con Joaquin Phoenix e la voce di Scarlett Johansson ndr) in versione ologramma, non è altro che l’ennesima maschera in cui cerca sicurezza ed approvazione pur provando un sentimento vero e profondo. L’altra faccia della medaglia è Luv interpretata da una fantastica Sylvia Hoeks, protagonista anche di scene action con Ryan Gosling e Harrison Ford ben coreografate. L’elemento femminile in questo Blade Runner 2049 sembra quasi più forte del primo capitolo, anche nei messaggi e nei flashback che riviviamo grazie al personaggio di Rick Deckard. Blade Runner 2049 sembra quasi ripercorrere nel suo viaggio il percorso della società in cui le donne sono sempre più predominanti ed inserite nei luoghi di potere, nonostante il grande burattinaio resti Jared Leto il cui personaggio alla fine lascerà moltissime domande, un po’ come fece Gaff nel primo capitolo.

Jared Leto
Jared Leto in Blade Runner 2049

L’unicorno qui sostituito con un cavallino di legno in un simbolismo ricorrente caro a Ridley Scott e fatto proprio da Denis Villeneuve in Blade Runner 2049, così come l’occhio con cui si apre il film altro simbolo di universale visione all’interno di un mondo tumefatto da distruzione e dubbi amletici. Jared Leto, protagonista indiscusso della campagna di marketing insieme al duo Gosling-Ford compare sinceramente troppo poco per quanto ci saremmo potuti aspettare, ma le scene e i dialoghi che ci regala sono un’interpretazione straordinaria per la quale meriterebbe una nomination all’Oscar perpetua. Quella stessa nomination che però probabilmente spetterà proprio a Harrison Ford anche in virtù di una carriera iconica che ancora la critica non ha omaggiato a dovere. Una storia quella di Blade Runner 2049 di grandissima umanità, più forte qui rispetto al primo capitolo di Ridley Scott e fondamentale per creare quel processo empatico con i suoi personaggi capaci di stupire di scena in scena passando da una sparatoria a una bottiglia di Black Walter.

Blade Runner 2049

Blade Runner 2049 è il riscatto della fantascienza, un genere che negli ultimi anni è tornato in auge senza mai però compiere quel passo decisivo. Questo sequel firmato Denis Villeneuve e acclamato universalmente forse non sarà migliore del primo rivoluzionario capitolo, ma sicuramente ne è degno di portare il nome e soprattutto è degno di raccogliere gli applausi che non ha ricevuto 30 anni fa perché siamo davanti ad un racconto specchio del tempo stesso: eterno, meraviglioso e inafferrabile. Sembra quasi di rivivere la storia della standing ovation di Cannes per David Lynch e il suo Revival di Twin Peaks, meraviglioso anche lui anche se la prima volta non si scorda mai. Ecco Blade Runner 2049 è a quel livello lì, un livello di stupore e meraviglia per qualcosa di semplicemente bello ed intenso. Per godere di uno spettacolo a volte basta guardarlo facendosi trascinare da esso, per poi guardarsi dentro e chiedersi cosa ci abbia lasciato il tempo trascorso in sala. Dopo aver visto Blade Runner 2049 uscirete con molte più domande che aspettative rispetto a quando siete entrati, forse con altri 20 anni o più di domande e questa è la vera grande vittoria di chi come Denis Villeneuve è stato capace di rifare grandissimo cinema alla vecchia maniera.

 

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Thomas Cardinali

Giornalista pubblicista appassionato di cinema, serie tv e sport. Dopo aver gestito un blog e aver collaborato con testate nazionali (Romanews.eu, Blogdicultura, FilmUp) ed internazionali (melty.it) ho deciso di dedicarmi al nuovo progetto di Talky per un network indirizzato al pubblico under 30.

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