Personal Shopper è stato presentato a Roma alla presenza del regista  Olivier Assayas, premiato con la Palma D’Argento all’ultimo Festival di Cannes per la miglior regia. Nel suo nuovo Personal Shopper la protagonista è, come in Sills Maria, sempre Kirsten Stewart che viene lodata oltre ogni misura proprio dal regista. Un film intenso che è stato acclamato da pubblico e critica. Questo e tanto altro nell’incontro con Olivier Assayas a cui abbiamo avuto il piacere di partecipare.

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Kirsten Stewart ci avevi già lavorato in Sill Maria nel 2014 e l’hai rivoluta in Personal Shopper?

“Io ho cominciato a scrivere questa storia. Avrei dovuto fare un film in Canada con Robert De Niro e Robert Pattinson, ma abbiamo perso il giorno prima i finanziamenti. Non pensavo che Kirsten Stewart sarebbe stata interessata perché era sperimentale. Non sapevo a chi altro avrei potuto chiederlo però, ho l’impressione che lei mi permetta di fare un film che non riesco a fare con altre attrici. Ha una fisicità e una semplicità, io posso dare a Kirsten Stewart la possibilità di avere una posizione molto più creativa rispetto ai film americani”.

Hai spinto Kirstern Stewart a mettersi davanti allo specchio?

“Si Assolutamente io non l’ho inventata perché era già un’attrice geniale. Io però sono stato la persona che le ha detto di essere se stessa. Prima i film erano dipendenti dal personaggio, ma la vedevo frustata mentre io le ho dato questa opportunità. Bisognava togliere il peso della celebrità e darla ad altri come accaduto con Juliette in Sills Maria”.

In molti film in cui si parla di sovrannaturale è il pubblico a scegliere se crederci o meno, invece la presenza qui è esplicita. Lei crede in un aldilà?

“Io direi che quando si parla dell’immaginazione, nell’incosciente. Ecco non so se credo nel sovrannaturale, ma credo nell’incosciente che è più reale del materialismo con cui ci confrontiamo ogni giorno. È un personaggio solitario e per questo ha una vita interiore più profonda. Questa dimensione ha una verità ed è tangibile, ma anche per noi sicuramente i fantasmi e i sogni sono più importanti forse del lavoro che facciamo ogni giorno per pagare l’affitto”.

Nel suo film c’è anche molta tecnologia, com’è riuscito a conciliarle nel film? Si parla anche di un odio verso i film horror nei messaggi ma il pezzo nell’hotel sembra provenire da un thriller.

“Ho immaginato la storia come un quadro astratto. Ho utilizzato elementi di genere nello stesso modo in cui avrei utilizzato il colore rosso. Il cinema di genere stabilisce la relazione fisica con lo spettatore in modo che non crea un cinema psicologico. Era importante ad un certo punto che lo spettatore si identificasse fisicamente con il personaggio di Maureene. Una cosa che era importante per me era di fare un film diverso dai film di genere americani dove il visivo è buono e l’invisibile è male. Qui volevo fare un film in cui l’invisibile fa paura, ma riesce ad essere benefico e creativo. Ecco perché le figure della Hilma Af Klint grande artista moderna e Victor Hugo che era uno degli scrittori europei che ha esplorato in modo affascinante la comunicazione con l’aldilà. Io non sono interessato dalla tecnologia in sé, ma dal modo in cui ci ha trasformato. So che l’uso che facciamo degli smartphone trasforma l’esperienza umana e gli individui. Noi siamo sempre in connessione con un network. Anche il fatto di avere questo smartphone in cui mettiamo in comunicazione la totalità della coscienza umana ci rende una persona diversa, mi interessava esplorarlo ma è un contributo modesto. Penso però che sia un’evoluzione affascinante”.

Nel film poni Kirsten Stewart tra due versanti: l’elogio assoluto dell’apparenza e della moda, poi la scoperta di una realtà altra. Il film è strutturato su questi due binari, ma che prova ne hai dato? Dava la sensazione di essere lei l’intero film perché ci sono pochi controcampi.

“Io il film l’ho cominciato con questa tensione, ma mi interessava anche l’ambivalenza di Maureene che è attratta da questo mondo. Vive un lutto e si deve reinventare, ha perso la metà di se stessa con suo fratello gemello e il ricostruirsi include capire qualcosa anche della sua identità sessuale. Il mondo della moda, che la attrae ha forse la risposta alle sue domande sull’esplorazione della femminilità. C’è una reazione ambivalente verso il mondo in cui viviamo, siamo consapevoli di vivere in un modo esageratamente materialista e mi interessava sintetizzare il mondo del lusso. Io vedo il mondo della moda con l’assurdità di un mondo contemporaneo che può fare astrazione finanziaria da quello che rimane pertinente, vero e, forse, profondo”.

Sarei curiosa visto che ho conosciuto bene gli ambienti della moda, quali di quelli parigini ha frequentato?

“Questo film è stato fatto su un progetto piccolo quindi tante cose non si potevano ricreare, eravamo dipendenti dalla generosità di Chanel che ci ha prestato delle gonne e fatto girare al suo showrum. Sicuramente ho una connessione personale con questo ambiente perché mia madre era una stilista ed andavo nel suo studio”.

La costruzione dell’identità è il tema del film, un personaggio senza volto all’inizio e poi si costruisce con ciò che ha intorno. Come mai la scelta di chiudere il film con un gesto che sembra un passo indietro?

“Io direi che ho sempre questa necessità di finire i film in un punto in cui inizia qualcos’altro. Qui è il momento in cui il personaggio può cominciare a cercare le risposte alle sue domande perché tutto questo sta accadendo dentro di lei. La comunicazione non è con un fantasma, ma con il suo subcosciente. C’è ancora un cammino lungo da fare, ma sì credo che il film è centrato su questo cammino che fa il personaggio per ridefinirsi e comunicare con se stessa e accettarsi com’è”.

Il film è pieno di bellezza, oltre all’attrice anche gli ambienti. C’è un modo di comunicare profondo?

“È vero, è quello che provavo di spiegare. Io ho sempre l’impressione che anche se rovinano tutto rimane al centro qualcosa che è una forma di bellezza importante nell’esperienza umana in generale. Parliamo di natura, arte, moda”.

Tornando ai messaggi della protagonista sembra quasi che lei si rivolga anche al pubblico che guarda il suo film. Quando chiede hai paura si rivolge anche alla sala? Lei ha vinto il premio a Cannes e c’è chi ha visto delle assonanza con grandi registi come Hitchcock, si riconosce?

“Mi ricordo quando abbiamo girato con Kirsten Stewart la scena in cui sembra di vedere un fantasma le ho chiesto di pensare di avere paura. Lei me lo ha chiesto e ho risposto che mi facevano paura gli uccelli e mi sembra assurdo. Io quando faccio dei film provo a non essere influenzato dal cinema, provo a fare una riflessione della mia intuizione e percezione. Se un regista ha già fatto la stessa cosa non mi interessa rifarlo, ho sempre la voglia di provare e sperimentare. È vero che quando ho cominciato ed ero giovanissimo sono stato molto influenzato dal cinema di genere come Carpenter, Cronemberg e forse il più grande Dario Argento. Mi hanno influenzato perché sono registi di serie A Plus, nel senso che hanno accesso a una dimensione più profonda dell’esperienza umana”.

Potremo intendere il titolo come un sacchetto personale, mi sembra che uno sia proprio quello dei generi. Mentre ne Il Sesto Senso ed altri film americani troviamo una sola strada qui troviamo molti generi e anche una riflessione sul mercato del lavoro di oggi. Come ti sei giostrato?

“Questo film è molto semplice, segue un personaggio che si ricostruisce e viviamo con Kirsten Stewart le angosce, paure e aspirazioni. Per raccontare questa storia utilizzo ciò che mi sembra più efficace anche se non è tradizionale perché farebbe diventare la storia banale. La libertà che mi do è come un collage, un cambiare il livello di comprensione della stessa storia con una dinamica eccitante a livello cinematografico”.

C’è spesso nei film di Assayas un riferimento ad un universo visivo preesistente come in Sills Maria. Lei come ha scoperto la Klint?

“Era più o meno quando stavo scrivendo e non ricordo se l’ho scoperta prima o durante la ricerca sui medium contemporanei. È affascinante che c’è all’inizio dell’arte moderna un personaggio sconosciuto e con un’opera ignorata fino a 4-5 anni fa fino ad una retrospettiva a Stoccolma. Il suo lavoro rimase nascosto come un fantasma, si scopre adesso nel XXI secolo un’opera essenziale. C’è questa pittrice importantissima che fa parte della ridefinizione dell’arte moderna. Viveva come un medium e si pensava come un medium. Mi ha colpito moltissimo e si è integrata da sola nel film”.

Con più soldi avresti altri effetti speciali?

“Io non volevo avere effetti speciali sofisticati, non volevo dare una tessitura digitale al film. Mi sono inspirato dalla fotografia spiritualista. I medium facevano queste cose che sembrano primitive, ma mi interessava utilizzare queste immagini. Le descrizioni erano più importanti della stessa immagine”.

 

 

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Thomas Cardinali

Giornalista pubblicista appassionato di cinema, serie tv e sport. Dopo aver gestito un blog e aver collaborato con testate nazionali (Romanews.eu, Blogdicultura, FilmUp) ed internazionali (melty.it) ho deciso di dedicarmi al nuovo progetto di Talky per un network indirizzato al pubblico under 30.

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