Abbiamo avuto il piacere di incontrare il regista di Trainspotting 2 Danny Boyle a Roma presso l’ex Caserma Guido Reni, ecco cosa ci ha raccontato del ritorno di Mark Renton dopo 20 anni!

Danny Boyle e i suoi ragazzi di Edimburgo sono tornati dopo 20 anni e noi abbiamo avuto il piacere di incontrarlo a Roma per parlare di “ Trainspotting 2 “ (leggi la nostra recensione). Presso la suggestiva location dell’ex Caserma Guido Reni, assolutamente azzeccata ed in pieno stile Trainspotting,  il regista ci ha raccontato del perché ha aspettato tutto questo tempo per regalarci il seguito di uno dei cult più importanti degli anni ’90 ed eletto miglior film scozzese di sempre. Il regista ha anche spiegato come questo film sia decisamente più personale rispetto al primo capitolo, ecco per voi il resoconto del nostro incontro.

La musica nel primo Trainspotting era una delle protagoniste, qui è la protagonista. Qual è stata l’attenzione e la cura nella scelta delle musiche?

“Sicuramente quando abbiamo cominciato a pensarci la Sony ha fatto un sondaggio tra il pubblico cinematografico chiedendo cosa avrebbero voluto vedere in un potenziale sequel di Trainspotting. Volevano i quattro protagonisti maschili, chiedevano Kelly e la colonna sonora altrettanto bella. Purtroppo nessuno ha chiesto che ci fosse lo stesso regista. Sicuramente come avrete notato anche in questo secondo film abbiamo utilizzato alcune delle musiche del primo remixate, come innesto per i ricordi del film precedente. Ci sono pezzi vecchi, ma nuovi. Poi c’è Radio Ga Ga e altri pezzi nuovi che hanno avuto grande importanza”.

Numerosi i flashback del primo Trainspotting, una scelta stilistica o anche propedeutica alla narrazione?

“Sicuramente i flashback ce n’era solo uno del primo film previsto dalla sceneggiatura ossia quando Spud faceva boxe. Per quanto riguarda gli altri flashback sono stati aggiunti perché gli attori girando queste scene hanno avuto dei ricordi. Anche la scena del bagno con Renton, sono tutte scene che servono ad innescare il ricordo. Abbiamo cercato di farli non troppo lunghi per non cadere troppo nella nostalgia, infatti in totale è solo un minuto di flashback di Trainspotting. Una delle scene è quella della bambina morta del primo film e voglio raccontarvi un fatto curioso; all’epoca utilizzammo due gemelle, visto che c’era il flashback abbiamo cercato di capire cosa fosse successo a queste due bambine e abbiamo scoperto che ora sono due ventenni splendide  e le abbiamo invitate alla festa del film ad Edimburgo. Si sono presentate come la bambina morta ed era un effetto decisamente Trainspotting”.

Rispetto ai cambiamenti profondi con il romanzo come ha reagito Welsh? Avete mai pensato di scrivere insieme un progetto cinematografico originale per il cinema?

“Diciamo che Irvine si dedica a progetti cinematografici con altre persone, la nostra collaborazione funziona benissimo in questa maniera. Lui crea personaggi che poi passano allo sceneggiatore John Hodge che li trasforma e rendendoli nostri. Siamo contenti di questa dinamica e lavoriamo molto bene così. I cambiamenti sono stati tutti accettati da Irvine, all’inizio avevamo adattato il romanzo in modo molto fedele nella sceneggiatura e non era una storia all’altezza del primo film. Abbiamo optato per qualcosa di personale che avesse a che fare con il passare del tempo, accettato o non accettato dagli uomini”.

Non sempre tra la storia di un film e il suo sequel passano gli stessi anni che trascorrono all’uscita, lei ha allargato un po’ i 9 anni del libro. Lo ha fatto per renderlo più realistico? Come ha ritrovato i quattro attori 20 anni dopo Trainspotting?

“Il motivo per il quale non abbiamo realizzato un sequel 9 o 10 anni fa era che non avremmo avuto niente  di nuovo da dire, la storia non c’era. Il romanzo non era qualcosa di buono da trasporre cinematograficamente e e abbiamo aspettato anche rischiando di perdere l’occasione e di non farlo mai più. Questa sceneggiatura è molto più personale rispetto a quella del primo film. Renton dice di essere fottuto a 46 anni e  questo doveva diventare il centro del film. Abbiamo deciso di rimettere il discorso “scegli la vita” che è diventato qualcosa di iconico e leggendario facendo questa volta  riferimento all’isolamento dei ragazzi con Facebook e Instagram. Però poi diventa personale, infatti Renton non è andato al funerale della madre e deve fare i conti con questo. È un secondo film molto più personale e per questo motivo più vicino a noi che lo abbiamo realizzato”.

Il sequel ha spiegato molto bene il disagio esistenziale dei personaggi, che ruolo ha la speranza in questo film?

“La speranza risiede tutta nel personaggio sfigato di Spud, tutti si chiedono come abbia fatto a sopravvivere 20 anni. Ad un certo punto trova la maniera di far sentire la sua voce scrivendo quello che potrebbe essere il prossimo romanzo. Begbie si scusa con la moglie e il figlio, Renton ha un lungo abbraccio con il padre. La speranza è piccolina, ma c’è”.

L’ultima parte dei racconti di Spud dice prima l’occasione e poi il tradimento, questa è una sorta di ribellione che i personaggi hanno. L’ho rintracciata anche in The Beach e altri suoi film. Che ne pensa?

“Sicuramente questa frase e questo concetto di occasione e successivo tradimento erano molto presenti nel primo film. L’abbiamo provata a mettere anche nel secondo, ma alla fine è la ragazza bulgara che tradisce tutti e si prende il malloppo. Non so se questo sia qualcosa di nobile, ma nel film succede esattamente quello che a volte accade nella vita.  Inizialmente io e Ewan McGregor avevamo una relazione stupenda e io l’ho tradito ed uno dei produttori ha tradito me. Queste sono anche le nostre storie, non solo quelle dei protagonisti. Quando ci siamo ritrovati sul set è stato meraviglioso ed è tutto scomparso, era come se gli anni non fossero passati.  Il concetto di tradimento è nel romanzo e riflette anche la vita stessa”.

In Trainspotting 2 c’è un riferimento alla giovinezza, potrebbe essere il preludio ad un prequel tratto sempre da un romanzo Skagboys ?

“I riferimenti erano accidentali, riguardo a quel romanzo so che ci sarà una serie ma noi non c’entriamo nulla. Sarà un racconto molto più lungo suddiviso in più episodi e non so chi lo farà”.

 

Trainspotting è un film seminale che ha segnato un epoca, è passato un po’ di tempo ed il contesto politico. La speranza e l’idea del primo film coincide con la disillusione attuale che  gli spettatori stanno vivendo con la politica internazionale di Trump. L’esterno l’ha toccata nel raccontare questa storia?

“Beh innanzitutto questo e il film precedente non sono film politici alla Ken Loach. I protagonisti vivono in una bolla che per loro è una realtà aumentata. Poi, c’è la realtà contemporanea che ha certamente un effetto su quello che raccontiamo e si vede anche quando Begbie fa quella sparata. Non volevamo fare dei film politici. La delusione è il fulcro del discorso di Renton di scegliere la vita. Questo ha a che fare con le lezioni imparate nel corso degli anni. L’elenco delle cose fatte e non fatte, questo film non è politico”.

Il photocall con i migliori scatti di Danny Boyle

 

 

 

 

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Thomas Cardinali

Giornalista pubblicista appassionato di cinema, serie tv e sport. Dopo aver gestito un blog e aver collaborato con testate nazionali (Romanews.eu, Blogdicultura, FilmUp) ed internazionali (melty.it) ho deciso di dedicarmi al nuovo progetto di Talky per un network indirizzato al pubblico under 30.

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