mercoledì , 24 Aprile 2019
Cannes 2018: Ryan Coogler emoziona gli studenti “Voglio un Black Panther al femminile, Creed l’ho fatto per mio padre”

Cannes 2018: Ryan Coogler emoziona gli studenti “Voglio un Black Panther al femminile, Creed l’ho fatto per mio padre”

Ryan Coogler è davvero un predestinato dato che con soli tre film è già stato chiamato a tenere una masterclass al Festival di Cannes, ecco cosa ha raccontato sul suo cinema e su quello che ama.

Il gesto del Wakanda davanti a studendi da tutto il mondo, questo è il modo in cui Ryan Coogler ha voluto salutare una gremita sala Bunuel. Gli accreditati del Festival di Cannes sono accorsi in massa e a centinaia sono rimasti fuori perché, per volere dello stesso regista, molti posti erano riservati a degli studenti invitati da ogni parte del mondo. Il regista di “Black Panther” che ha sconvolto il mondo di Hollywood guadagnando più di un miliardo di dollari con un eroe afroamericano ha subito voluto far capire che non sarebbe stato un incontro come tutti gli altri.

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Non può esserlo perché Ryan Coogler non ha una carriera lunghissima da raccontare come Martin Scorsese (leggi della sua masterclass), ma è un amante del grande cinema e per il suo blockbuster si è ispirato al grande capolavoro di Francis Ford Coppola, oltre che alla saga di James Bond con il costume da pantera nera che ha preso il posto dello smoking:

“Ho visto moltissimi film, soprattutto vecchi film, titoli della saga di James Bond. Ma, forse l’influenza più importante nella realizzazione di Black Panther è stata da Il padrino di Francis Ford Coppola. Non ci ho pensato subito, però mi sono ritrovato a pensare che il mio protagonista vive in una sorta di organizzazione segreta, e si ritrova a prendere il posto del padre alla sua morte. Ero preoccupato che le persone pensassero che stavo puntando troppo in alto, cercando di fare un film di supereroi sullo stile de “Il Padrino”, ma per me è un onore aver cercato di copiare parte di quel capolavoro. In fondo re T’Challa, come Michael Corleone, si trova a metà tra due mondi e deve lottare per trovare il suo posto. Ho parlato di questa cosa con Francis Ford Coppola, che mi ha confessato come nessuno durante le riprese avesse capito quel che stavano realizzando credendo che si trattasse di un semplice crime. Probabilmente anche Black Panther poteva sembrare un semplice film di supereroi, ma poi si è rivelato in sala un fenomeno di livello mondiale”.

Ryan Coogler è americano, ma forse l’emozione più bella di Black Panther è stata riscoprire le proprio radici nell’Africa dei suoi padri che è lo splendido sfondo del film:

“Volevo che il mio Wakanda fosse come i paesi africani non colonizzati e ho scelto il Lesotho, una parte del Sud Africa. Ho deciso di andare a vivere per un periodo di tempo in Africa e a città del Capo ho conosciuto le famiglie dei lavoratori dell’hotel, mi hanno portato a casa loro. Mi hanno fatto scoprire quante cose la mia famiglia avesse in comune con la loro. I rituali che facevano, come il passarsi la birra e berla dallo stesso recipiente, sono esattamente come i nostri. Lì ho capito quanto noi afroamericani apparteniamo a questo continente e che queste sono le mie radici”.

Abbiamo rischiato che Creed e Black Panther non fossero mai realizzato, o per lo meno non con la regia di Ryan Coogler. Se un professore non lo avesse invitato ad un corso di scrittura creativa probabilmente il regista avrebbe continuato la sua carriera nel fooball:

“Il professore ha letto le mie cose e mi ha spinto a scrivere delle sceneggiature, ho realizzato i primi cortometraggi per la Usc Film School di Los Angeles e ricordo che dieci anni fa sono venuto a Cannes per la prima volta proprio per portarne uno”. 

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Il pubblico di Cannes però ha imparato ad amarlo per Fruitvale station, vera storia di Oscar Grant premiato anche al Sundance. Il regista ha raccontato il primo incontro con Forest Whitaker che gli ha cambiato la vita:

“Quando ho conosciuto la storia di Oscar ho capito volevo raccontarla. Ero all’ultimo anno della scuola di cinema e grazie a una produttrice che cercava filmaker ho potuto incontrare Forest Whitaker. Mi sono presentato nervosissimo, in giacca e cravatta, lui era molto rilassato e amichevole; gli ho parlato delle mie idee e poi ci siamo messi a parlare di Fruitvale, gli ho detto è una storia che sentivo il bisogno di raccontare a tutti i costi. Poi ci siamo messi a parlare di tutto, anche di football e alla fine se ne è andato dicendomi: faremo il film. Credevo che fosse uno scherzo ma ho chiamato i miei amici e quella che poi è diventata mia moglie e ho detto mi devo mettere a scrivere il film in più in fretta possibile, avevo paura che potesse cambiare idea”.

Uno dei passaggi più emozionanti è senza dubbio quello in cui spiega come il rapporto speciale con suo padre, amante dello sport, sia stato fondamentale per la resurrezione di Rocky Balboa in Creed:

“Mio padre piangeva ogni volta che vedeva Rocky, io avevo questa idea per il sequel ma lui era malato. Volevo realizzarlo prima che morisse, così sono riuscito a fare il film per lui”

Una delle tematiche fondamentali del Festival di Cannes è relativa alle donne, sempre più protagoniste. Ryan Coogler ha sempre pensato che fossero fondamentali per il Wakanda e ha aperto alla possibilità di un sequel tutto al femminile:

“Sono cresciuto in un mondo di donne. Le donne nella comunità afroamericana sono i veri capofamiglia, sono sicuramente più importanti degli uomini. Anche in Black Panther si seguono le donne, che in Wakanda hanno un ruolo fondamentale in ogni ambito. Arrivano addirittura prima del re, sono fondamentali per mandare avanti la narrazione.  a Wakanda le donne hanno un ruolo fondamentale. Sono stato felice di inserire così tanti personaggi femminili di età diverse, non sarebbe male in futuro realizzare un sequel di Black Panther tutto al femminile”.

Un ragazzo che ha conquistato rapidamente il mondo di Hollywood, ma che ha tenuto la testa ben salda sulle spalle. Un piacere per gli amanti del cinema sentire l’amore che Ryan Coogler trasmette quando parla della settima arte, con i suoi film che sicuramente ne guadagnano in intensità. Potranno anche non piacere a tutti, ma se i registi mettessero sempre loro stessi il cinema tornerebbe ad essere quel veicolo di sentimenti in grado d’emozionare e smuovere le masse. Chissà che non possano aiutare anche le donne del Wakanda, magari in un sequel che forse è ben più di una semplice idea.

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