sabato , 20 Aprile 2019
Festa di Roma: My first Higway, recensione

Festa di Roma: My first Higway, recensione

My First Highway, film in concorso nella selezione Alice nella città, è l’opera prima del regista belga Kevin Meul. Una adolescenziale di formazione ambientata negli ameni lidi di un luogo vacanziero spagnolo. Un’esperienza che cambierà per sempre la vita.

Alice nella città è stata da sepre pioniere nel portare in italia giovani talenti e film adolescenziali rivolti ai teenager, quei ragazzi che stanno vivendo il proprio periodo di formazione sia personale che sociale e nel quadro della sua evoluzione My first highwayè una delle pedine della sua scacchiera. Un film fresco, interessante e ben girato. il regista Kevin Meul, nonostante sia al suo primo lungometraggio ha nel tempo prodotto egregi cortometraggi e questo film è una degna riproposizione del suo modo di vedere l’ambiente giovanile, un magma i cui tutto ciò che si sente, si dice, si fa, viene assorbito come una spugna, a volte portando a risultati incontrollati e incontrollabili.

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Durante l’annuale vacanza di famiglia in Spagna insieme ad i suoi genitori, Benjamin (Aäron Roggeman), 16 anni, si innamora di una ragazza del posto (Romy Louise Lauwers). Bellissima ed intrigante, la ragazza porterà Benjamin ad intraprendere un’avventura che prenderà una piega pericolosa. Sarà un’estate che il ragazzo non dimenticherà per il resto della sua vita.

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Il film è semplice, ben scritto ed ha una sceneggiatura ben congeniata. I due personaggi protagonisti Aäron Roggeman e Romy Louise Lauwers sono delle vere scoperte, intensi, magnetici, riempiono la scena. Le loro performances, nonostante la giovane età sono lusinghiere e promettenti.Il regista Kevin Meul, ci sa fare con i giovani ed ha scelto veramente bvene. Il lungometraggio riesce in maniera chiara e diretta a raccontare ciò che avviene e quello che provano i protagonisti. manca però di quel mordente, di quell’analisi introspettiva profonda che avrebbe potuto renderlo molto più interessante e profondo . A seguito delle pieghe degli eventi  toni cupi e drammatici se maggiormente analizzati e psicodramamticizzati lo avrebbero reso un film di maggior spessore, forse però allontanandolo troppo dal mondo giovanile per avvicinarlo ai drammi psicologici.

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La storia fila liscia e scorre bene per i 105 minuti di film, ha però delle parti inverosimili e di nonsense che lasciano lo spettatore alquanto di stucco, come se il film fosse una bolla iperprotettiva, immunità vera e concreta per i due protagonisti, facce d’angelo e vergini di un mondo in cui non lo sono più.

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E’ proprio questa profonda inverosimilità del finale, tra amori corrisposti e amori immaginari, con tanto di addio strappalacrime che lascia lo spettatore interdetto e lo porta a travisare il messaggio del film che non vuole essere ciò che viene raccontato ma ciò che è una pura e semplice storia d’amore in un ameno ma calda e accogliente campeggio spagnolo.

 

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